La posizione di Francia e Italia sulle telecomunicazioni è politicamente comprensibile, ma industrialmente debole. In apparenza, i due Paesi dichiarano di voler rafforzare la competitività europea, approfondire il mercato unico digitale e sostenere la sovranità tecnologica dell’Unione. Ma quando arrivano al cuore infrastrutturale della sovranità digitale — le telecomunicazioni — il messaggio cambia. Francia e Italia difendono la specificità dei mercati nazionali, sostengono che le telecomunicazioni sono un mercato “inherently local”, ridimensionano i benefici degli operatori paneuropei e insistono sul mantenimento delle licenze spectrum a livello nazionale.

Il punto critico è semplice: non si può invocare la sovranità digitale europea e, nello stesso tempo, difendere ventisette sovranità regolatorie e industriali nazionali nel settore che dovrebbe essere la spina dorsale della sovranità digitale.

Francia e Italia hanno ragione a ricordare che le telecomunicazioni hanno una dimensione territoriale. La densità abitativa, la topografia, le aree rurali, gli obblighi di copertura, gli interventi pubblici e le politiche di sussidio non sono uguali in tutti i Paesi europei. Ma riconoscere queste differenze non può diventare l’alibi per preservare una frammentazione permanente. Il problema dell’Europa non è troppa integrazione nelle telecomunicazioni. È troppo poca.

Senza un vero mercato unico europeo delle telecomunicazioni, l’Europa continuerà ad avere operatori troppo piccoli, ritorni insufficienti sul capitale investito, costo del capitale più alto, duplicazioni regolatorie, aste spectrum nazionali, modelli wholesale divergenti e una capacità limitata di finanziare le reti del futuro: 5G standalone, 6G, edge cloud, network APIs, cybersecurity, reti AI-native, quantum networking e infrastrutture critiche.

La tesi secondo cui essere un operatore paneuropeo non genera necessariamente sinergie significative è discutibile. Le sinergie non riguardano solo scavare fibra o installare antenne. Riguardano procurement, piattaforme IT, cybersecurity, cloud telco, gestione delle reti, standardizzazione tecnologica, servizi B2B paneuropei, capacità negoziale con i grandi vendor globali, sviluppo delle API di rete e monetizzazione di servizi digitali avanzati. Senza scala, tutto questo diventa più costoso, più lento e meno competitivo.

La contraddizione più evidente è che Francia e Italia riconoscono altrove il problema della scala europea. Nel documento si afferma che la maggior parte delle imprese tecnologiche europee sono PMI e che raramente raggiungono la dimensione necessaria per competere con i giganti globali che beneficiano di enormi effetti di rete. Ma proprio nel settore dove la scala è più necessaria — le telecomunicazioni — la risposta proposta resta difensiva e nazionale. È una contraddizione strategica.

L’Europa ha bisogno di sei priorità, non di un’altra strategia

Non basta parlare di alleanze bilaterali, cooperazione transfrontaliera o partnership tra operatori. Sono strumenti utili, ma non sostituiscono un vero mercato unico. L’Europa non può costruire reti continentali con una governance industriale ancora prevalentemente nazionale.

Questa posizione rischia di trasformare il Digital Networks Act in un’occasione mancata. La proposta della Commissione può certamente essere migliorata. Alcune preoccupazioni sulla gestione dello spettro, sulla concorrenza e sul coordinamento transfrontaliero meritano attenzione. Ma usare queste preoccupazioni per bloccare qualsiasi passo verso una maggiore integrazione significa difendere lo status quo. E lo status quo non funziona.

È lo status quo che ha prodotto un settore europeo delle telecomunicazioni frammentato, sottovalutato dai mercati finanziari, incapace di generare ritorni adeguati e sempre più distante dalla scala dei concorrenti globali. È lo status quo che ha trasformato le reti europee in infrastrutture essenziali per tutti, ma remunerate come utilities mature e regolate come mercati nazionali separati. È lo status quo che rende più difficile finanziare l’innovazione proprio nel momento in cui le reti stanno diventando la piattaforma dell’intelligenza artificiale, dell’automazione industriale, della mobilità connessa e della sovranità digitale.

Il risultato è che Francia e Italia, pur usando il linguaggio dell’Europa, sembrano difendere un modello intergovernativo delle telecomunicazioni. Vogliono cooperazione tra capitali nazionali, non necessariamente un mercato europeo integrato. Vogliono più competitività, ma senza mettere davvero in discussione la frammentazione che indebolisce la competitività europea. La critica va detta con chiarezza: questa posizione non crea campioni europei. Protegge campioni nazionali troppo piccoli per competere nel mondo dell’AI, del cloud, del 6G e delle reti intelligenti.

Un mercato unico europeo delle telecomunicazioni non significa cancellare le specificità locali. Significa costruire un quadro regolatorio, industriale e spectrum che permetta agli operatori di crescere oltre i confini nazionali, investire con orizzonti europei e offrire servizi integrati a imprese che già operano su scala continentale.
Significa anche riconoscere che le telecomunicazioni non sono più solo connettività. Sono il sistema nervoso dell’economia digitale europea. Senza reti forti, scalabili e finanziariamente sostenibili, non ci saranno AI industriale, cloud europeo, fabbriche intelligenti, sanità connessa, mobilità autonoma o sicurezza digitale realmente europea.

Se l’Europa vuole davvero sovranità digitale, deve smettere di considerare le telecomunicazioni come ventisette mercati nazionali da proteggere. Deve trattarle come un’infrastruttura strategica europea. Su questo punto, la dichiarazione franco-italiana è troppo prudente, troppo difensiva e non abbastanza europea per la sfida che abbiamo davanti.

*Luigi Gambardella è un esperto europeo di politiche del digitale. 

, , , , , , , , , , , , ,
Per approfondire
Latest Posts from Focus Europe

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *